L’ARTE NON SERVE A SPIEGARE IL MONDO MA AD AMARLO
In queste settimane si è svolta a San Benedetto Po, nel Refettorio Monastico dell’Abbazia di Polirone, l’antologica, a mia cura, del maestro Serafino Valla dal titolo “Il cielo sopra le nuvole. Abbiamo ricevuto email e feedback di entusiasmo e di gratitudine: il pubblico è stato colto dall’emozione di un maestro che è capace, con semplicità e con amore, di arrivare al cuore delle persone.
Per questo, caro lettore, ho deciso di scrivere questo articolo per parlare di questa mostra e di Serafino Valla e di come la sua pittura riesca a coinvolgere cuori e sentimenti. Voglio partire da uno dei suoi simboli per spiegare la sua poesia segreta.
C’è un fiume che scorre da sempre nell’anima dell’uomo, un fiume che non è soltanto acqua ma tempo, memoria, promessa. È il Po, “il fiume del mistero”, come lo chiamava Soldati, e lungo le sue rive si è formata una visione, un linguaggio, un sentimento: quello di Serafino Valla, maestro (non solo naïf) dell’anima e del cuore, che ha saputo trasformare la semplicità in una forma di rivelazione. Tu, lettore, potresti immaginare la sua pittura come un racconto d’infanzia che non ha mai smesso di credere nella verità delle cose pure: il cielo basso e largo dell’Emilia, le nebbie che tutto avvolgono in un respiro, le case che sembrano attendere il ritorno di qualcuno, come un ricordo che non svanisce. Serafino Valla amava la sua terra come si ama una madre: con riconoscenza, con dedizione, con un senso di appartenenza che non è mai possesso ma comunione. La sua Emilia non è soltanto un luogo geografico, è un sentimento. È l’eco di una civiltà contadina che ha conservato l’umiltà del lavoro e la grandezza della spiritualità quotidiana.
Nelle sue opere, i campi e le azioni si accendono di una luce che non viene dal sole ma dal cuore: la luce dell’amore. E questo amore, nel suo percorso artistico, si è fatto poesia. Non poesia scritta, ma vissuta: ogni colore, ogni figura, ogni croce dipinta è una parola del suo canto interiore. Come in certi versi di Mario Luzi o di David Maria Turoldo, dove la fede si intreccia alla carne, dove il dolore diventa possibilità di ascesa, Serafino Valla ha trasformato l’immagine in preghiera, l’arte in testimonianza. La sua Via Crucis, ciclo di rara intensità, ne è la prova più alta: un cammino pittorico che non racconta la sofferenza, ma la trasfigura. Ogni stazione diventa un incontro tra l’uomo e Dio, tra il limite e l’infinito. È un percorso d’amore più che di dolore, dove la croce non è fine ma inizio.
Il maestro non appartiene soltanto alla tradizione naïf che rivela la spontaneità della sua pittura, manifesta anche una sua purezza etica nello sguardo. Egli guarda il mondo come lo guardano i bambini e i poeti: con la certezza che ogni cosa ha un’anima. Il fiume, gli alberi, gli uomini che lavorano la terra, le barche che scivolano lente sulle acque, tutto partecipa di un respiro comune. È la sua filosofia dell’unità, dell’incontro, della tenerezza cosmica. In un tempo che ha smarrito la capacità di ascoltare, il maestro ci ricorda che la vera arte nasce dal silenzio e dall’ascolto del cuore. Il suo messaggio ai giovani è semplice e disarmante: non abbiate paura di amare, di cercare, di credere. In un’epoca dominata dall’immagine effimera e dal rumore, la sua pittura rappresenta una scuola del raccoglimento. È un invito alla lentezza, alla contemplazione, alla gratitudine. Non si tratta di nostalgia, ma di una consapevolezza spirituale: la bellezza non è un lusso, è una via. Come accade nei versi di Franco Loi o di Giovanni Raboni, anche Serafino Valla ha saputo raccontare l’uomo comune con una pietà che non è commiserazione ma compassione, cumpatior, il patire insieme. Le sue figure non urlano, non chiedono, non ostentano: pregano. E nella loro preghiera c’è l’universale. Così, lungo il Po, che in fondo è il grande fiume della vita, Serafino Valla ha tracciato il suo itinerario spirituale. Il Po come simbolo dell’eterno fluire, ma anche come luogo di incontro con il divino, dove l’acqua diventa specchio dell’anima.
Chi osserva le sue opere sente che quel fiume non è più soltanto geografia: è destino, è cammino, è la metafora stessa della nostra esistenza. E allora, caro lettore, davanti ai suoi dipinti, che puoi vedere ancora domani a San Benedetto Po e in futuro in tante altre mostre, lasciati attraversare da quella dolcezza antica. Lì, dove la pittura si fa poesia e la poesia si fa preghiera, potrai forse ritrovare te stesso.
Perché Serafino Valla, con la sua umiltà luminosa, ci insegna che l’arte non serve a spiegare il mondo, ma ad amarlo. E che, come il Po, anche l’anima continua a scorrere, silenziosa, fedele, infinita.


