ARMANDO TRASFORINI. ARTE E GIOCO, VITA E VIAGGI DI UN MAESTRO CHE VUOLE PERDERSI NEGLI OCCHI DELLE PERSONE, MAGARI ESSERE INVISIBILE PER PARLARE CON LE LORO ANIME
Dai flipper alle opere che raccontano e rappresentano quella televisione che ora non esiste più ma che scaldava il cuore e la mente, fino ai libri d’artista, la costruzione di un evento che omaggia la città del libro
Questa intervista fa parte del libro Profili d’Artista (Editoriale Giorgio Mondadori) uscito recentemente.
Come ha iniziato il suo percorso d’arte?
Si chiamava Slener Marione la mia maestra, una signora timida e gentile di origine argentina personaggio da libro Cuore. Mi accompagnò per tutto il quinquennio elementare e fin da subito mi stimolò a insistere sui miei scarabocchi. Alle medie la professoressa di Educazione Artistica era tutto l’opposto, un peperino senza mezze misure. Fu amore a prima vista. Nel triennio non so quanti album riempii di colori e disegni. Ovviamente consigliò ai miei genitori di mandarmi all’istituto d’arte. Il Dosso Dossi di Ferrara distava cinquanta chilometri ma era distante anni luce da un punto di vista economico. Optai a malincuore per il piano B, l’istituto per geometri a pochi chilometri da casa. Anche lì c’è il disegno dissero. Presi il mio bel diplomino e basta. Non ho mai pensato di esercitare la professione. I sette anni che seguirono furono un miscuglio di rabbia, incapacità di capire e di capirmi. A venticinque anni un raggio di sole: Torino. Era la svolta, non ci pensai un attimo. Valigia di cartone 850 coupè rossa usata e via. Ritorna il numero sette perché furono sette anni intensissimi, lavoro e studio. Lavoro significa grafico pubblicitario perché internet non esisteva. Studio significa Accademia Albertina di Belle Arti. Poi il ritorno al paesello in bici con tenda, sacco a pelo e docce di lambrusco.
Come è nata l’idea del tema del gioco e come ha sviluppato questo tema?
I flipper mi hanno sempre incantato e mi incantano tuttora. L’idea del flipper ha un “retrogusto” direbbe il gourmet. Il retrogusto è uno scrittore. Roger Caillois, vissuto nel secolo scorso e poco conosciuto in Italia. Egli suddivise il gioco in quattro categorie principali a seconda che predomini il ruolo della competizione, del caso, del simulacro o della vertigine. Le chiamò agon, alea, mimicry, ilinx. A fine lettura capii che potevo muovermi in ogni direzione. Potevo navigare su tutti i fiumi degli “ismi”, realismo, astrattismo diventavano termini insignificanti in quanto interagivano nell’opera flipper (la vera madre di tutti i miei lavori). C’era la competizione quotidiana con me stesso, c’era il caso interlocutore fisso e dispettoso, c’era l’imitazione in quanto ogni nostra azione o comportamento conscio o inconscio si aggancia a un “già fatto” e c’era la vertigine, quella sensazione di vuoto pneumatico, come di scossa elettrica che ti fa sussultare nel momento in cui l’idea si concretizza nell’opera. Come scrisse il critico: arte, vita, gioco si fondono nell’artista, artigiano, manipolatore di universi. I flipper di “amo” sono veramente coinvolgenti, basta una biglia e le opere si animano di evocative sonorità. Poi quando il silenzio chiede i suoi tempi i sogni diventano veramente “partecipativi”.
La sua personale a Pontremoli durante i giorni dedicati ai premi Bancarella e Bancarella Sport è un evento eccezionale avvenuto in passato per maestri che fanno parte della storia culturale recente come, per esempio, Luca Alinari, Antonio Possenti, Serafino Valla e pochi altri. Quali emozioni prova nel costruire tale mostra?
Quando il professor Puntelli mi comunicò la notizia stentai a crederci. Incredulità e ancora incredulità. È uno scherzo? Mi rassicurò che non lo era. Mai avrei pensato di poter salire su quel treno. Ora su quel treno sto caricando oltre mezzo secolo di lavori (stavo per scrivere arte, ma più passa il tempo e meno riesco a definirla). Dal caleidoscopio dei giochi del mio studio/galleria: puzzle, giocando con Van Gogh, scacchiere, giocosa storia dell’arte, Tex e dintorni, flipper, televisione, libri d’artista, la personale di Pontremoli sarà incentrata su questi ultimi tre cicli. Per quanto riguarda i libri il riferimento storico va alle avanguardie, in particolare al Futurismo. Per quanto mi riguarda i primi larvati tentativi risalgono esattamente a trentaquattro anni fa quando realizzai l’album matrimoniale di mia sorella con effetti 3d pensando ai primi libri per bambini, i cosiddetti pop up e non certamente a Marinetti e soci. L’idea piacque all’amico fotografo Dante Meloncelli tanto da chiedermi di collaborare. Saltuariamente continuo a sperimentare nuovi metodi di impaginazione e di utilizzo dei materiali, finché una decina di anni fa come un lampo concepii l’idea “totalizzante” del libro in quanto oggetto variegato che abbraccia varie discipline. Allo stesso tempo non ci può essere un tema, ma “temi” che si sviluppano volta per volta pensando, cercando, vedendo, sognando.
Quali sono i temi affrontati nella mostra a Pontremoli?
Il ciclo della televisione è nato da un incontro fortuito con un collezionista di giochi qualche mese prima della pandemia. Tornai da Milano con l’auto costipata di giochi in scatola che riprendevano i giochi televisivi da Lascia o raddoppia in poi. Negli anni che sconvolsero il pianeta mi isolai, aiutato anche dagli spazi di solitudine e di riflessione che offriva il delta del Po. Tra voli di aironi, gabbiani, gheppi, “la capsula del tempo” si apriva sui personaggi che hanno segnato i nostri anni. Una ventina di opere nelle quali oltre alla parte pittorica inserivo frammenti del gioco contenuto nelle scatole. Spontaneo nacque il titolo: il Rompiscatole. Sull’onda della meravigliosa esperienza del Gattopardo, a furor di critica venni invitato presso L’A Gourmet L’Accademia di Filippo Cogliandro a Reggio Calabria dove esposi il ciclo completo tuttora in divenire.
I tanti feedback e le istituzioni la indicano come uno dei maestri dotati di maggior creatività di questi anni, una creatività che diventa costruzione di idee all’interno del dibattito culturale: qual è il messaggio, in sintesi, che il visitatore dovrebbe portare nella propria mente all’uscita di una sua mostra?
I messaggi lasciamoli agli influencer, profeti del nulla, mi accontenterei che le mie opere fossero portatrici critiche del dubbio al cospetto di una verità sempre più elastica e sfuggente (Pirandello docet), svegliarsi al mattino e metaforicamente autoflagellarsi per ciò che si poteva fare e non si è fatto.
Il maestro Armando Trasforini, quale tema ha in cantiere per il prossimo ciclo?
I progetti futuri verteranno sempre sul gioco, ma un gioco sempre più libero. Libertà mirata a far vivere sempre e comunque l’opera e non l’esecutore. Sarà un remare controcorrente, alla faccia di un presenzialismo imperante, effimero fuoco di paglia. Vorrei perdermi negli occhi della gente, nelle loro gioie e nei loro dolori. Vorrei essere invisibile per parlare con le loro anime e creare qualcosa di visibile (dove sei Klee!).


