info@giammarcopuntelli.it

RENDERING THE INVISIBLE AL MUSEO DI ARTE CONTEMPORANEA E DEL NOVECENTO DI MONSUMMANO TERME: QUANTO DI CIÒ CHE CI CIRCONDA DOBBIAMO ANCORA IMPARARE A VEDERE?

RENDERING THE INVISIBLE AL MUSEO DI ARTE CONTEMPORANEA E DEL NOVECENTO DI MONSUMMANO TERME: QUANTO DI CIÒ CHE CI CIRCONDA DOBBIAMO ANCORA IMPARARE A VEDERE?

Qualche settimana fa sono stato invitato al Museo di Arte Contemporanea e del Novecento di Monsummano Terme e quella sera, ho iniziato un viaggio che ha accompagnato la mia riflessione per qualche settimana.
Che cosa accadrebbe se l’arte rinunciasse, almeno per un momento, a considerare l’uomo come misura di tutte le cose? E se l’opera non fosse più soltanto qualcosa da contemplare, ma una soglia attraverso la quale entrare in relazione con fenomeni che abitualmente sfuggono ai nostri sensi? Queste sono le domande che ha deciso di abitare Rendering the Invisible, progetto di SPLACES.STUDIO presentato al MAC,N – Museo di Arte Contemporanea e del Novecento di Monsummano Terme, negli ambienti e nel giardino di Villa Renatico Martini.
La questione è profondamente contemporanea. Per secoli abbiamo osservato il mondo organizzandolo attraverso le nostre categorie. Oggi ecologia, biologia, fisica e neuroscienze ci ricordano invece che l’universo percepito dall’essere umano rappresenta soltanto una porzione infinitesimale di ciò che accade intorno a noi. Esistono linguaggi vegetali, vibrazioni, campi elettromagnetici, frequenze, trasformazioni atmosferiche e temporalità geologiche che precedono e oltrepassano la nostra esperienza.
SPLACES.STUDIO entra precisamente in questa zona di confine. Fondato nel 2023 a Malta da Andy Shibanov, Ekaterina Chistyakova e Vitaly Babenyshev, con Khristina Ots alla curatela, lo studio riunisce competenze artistiche, scientifiche e ingegneristiche. Non si tratta, tuttavia, di utilizzare la scienza per spettacolarizzare l’arte. L’ambizione è più radicale: modificare la posizione dell’osservatore.
È quasi un nuovo decentramento copernicano. L’essere umano scopre di non essere il centro percettivo del vivente.
Vediamo le opere collocate all’interno del museo e nello splendido parco esterno. SAULUX: ascoltare ciò che non possiede voce
Con SAULUX incontriamo un ambiente nel quale il vento diviene principio generatore dell’accadimento estetico. Ciò che normalmente avvertiamo sulla pelle acquista un’altra consistenza attraverso variazioni luminose e acustiche.
Viene spontaneo pensare a Henry David Thoreau quando scrive: “Il cielo è sotto i nostri piedi come sopra le nostre teste”. È un rovesciamento dello sguardo: la natura non è lontana, è dentro l’esperienza.
In SAULUX l’artista rinuncia parzialmente alla sovranità autoriale. Non determina ogni istante dell’opera, perché qualcosa proviene dall’esterno e ne modifica continuamente l’esistenza. Il vento diventa coautore. L’opera, dunque, non è mai definitivamente compiuta: semplicemente accade. Esattamente come per la vita.
NIDUM: abitare significa condividere
Con l’opera NIDUM il problema diventa quello dell’abitare. La grande struttura organica evoca il nido, ma allontana immediatamente l’idea antropocentrica della casa come proprietà esclusivamente umana. L’abitazione diventa relazione fra specie.
“Poeticamente abita l’uomo su questa terra”, scrive Hölderlin. Heidegger avrebbe trasformato quella intuizione poetica in una delle grandi domande della filosofia: che cosa significa veramente abitare?
NIDUM sembra allargare ulteriormente l’interrogativo: possiamo abitare senza riconoscere che altri esseri abitano insieme a noi?
Il visitatore è invitato a confrontarsi con una sensibilità differente dalla propria, quella degli uccelli. Non osservare l’animale dall’esterno, dunque, ma tentare per qualche istante l’impossibile: immaginare il mondo dalla posizione percettiva di un’altra creatura. L’opera diviene esercizio di alterità.
A Stone That Lives Through Memory: il tempo prima di noi
Una pietra sembra immobile soltanto perché la durata della nostra vita è troppo breve per comprenderne il movimento. A Stone That Lives Through Memory introduce proprio questa vertigine temporale.
Il contatto del visitatore fa affiorare differenti risposte sensoriali, come se la materia custodisse una stratificazione che il gesto umano può momentaneamente risvegliare.
“Il tempo è un grande scultore”, scrive Marguerite Yourcenar. Qui la frase assume quasi un significato letterale. La pietra è archivio di trasformazioni avvenute quando l’uomo ancora non esisteva e probabilmente continuerà a esistere quando di noi resteranno soltanto tracce.
L’opera modifica così la psicologia della durata. E il senso stesso di pensare alla durata. Accanto al tempo biografico appare quello della Terra. La nostra esistenza, che percepiamo enorme perché coincide con tutto ciò che conosciamo, diventa improvvisamente un istante.
La pietra non è più materia muta. È memoria.
SKY CURRENT: l’energia del limite
In SKY CURRENT il fulmine diventa figura centrale. È uno dei simboli più antichi dell’immaginario umano: appartiene a Zeus, alla potenza, alla rivelazione improvvisa, all’incontro vertiginoso fra cielo e terra. Nell’opera, tuttavia, quella forma ancestrale entra nel vocabolario tecnologico del presente e reagisce alla prossimità delle persone.
Eraclito scriveva: “Il fulmine governa ogni cosa”.
La brevissima frase del filosofo sembra attraversare secoli per incontrare questa scultura. Il fulmine è energia e illuminazione, ma soprattutto istante: qualcosa appare e immediatamente muta.
SKY CURRENT mette inoltre in discussione la tradizionale separazione fra osservatore e opera. Avvicinarsi significa alterarne la manifestazione. Guardare non è più un’azione esaustiva: la presenza produce conseguenze. È una metafora potente anche sul piano ecologico, perché ogni nostra vicinanza al mondo comporta una trasformazione.
What Grows in the Dark: l’intelligenza sotto i nostri piedi
Con What Grows in the Dark, realizzata in collaborazione con Sabir Ahmedov, l’attenzione scende verso ciò che normalmente calpestiamo senza vedere. Radici e associazioni sotterranee diventano materia per immaginare una socialità vegetale estranea alle categorie umane.
Goethe scriveva: “La natura non ha né nocciolo né scorza; è tutto in una volta”.
L’opera invita precisamente ad abbandonare l’idea di una natura composta da individui perfettamente isolati. Sotto la superficie esiste un universo di relazioni. L’albero che percepiamo come organismo singolo appartiene a una trama immensamente più complessa.
Dal punto di vista psicologico l’immagine possiede inoltre una suggestione quasi junghiana. Ciò che appare in superficie è soltanto una parte dell’esistente; sotto si estende una dimensione invisibile che alimenta, collega, conserva. Come l’inconscio rispetto alla coscienza, la radice ricorda che l’invisibile non è il contrario del reale: spesso ne costituisce il fondamento.
SENSUS: percepire l’impercettibile
SENSUS conduce lo spettatore nell’universo elettrico dei pesci, convertendo manifestazioni biologiche altrimenti inaccessibili ai sensi umani in esperienza audiovisiva.
Qui risuona una celebre domanda di Thomas Nagel: “Che effetto fa essere un pipistrello?”. Il filosofo americano la formulò per affrontare uno dei problemi fondamentali della coscienza: possiamo davvero conoscere l’esperienza soggettiva di un altro essere?
SENSUS non pretende naturalmente di risolvere l’enigma. Fa qualcosa di artisticamente più interessante: ce lo fa avvertire.
Scopriamo che esistono modalità di relazione con l’ambiente profondamente diverse dalle nostre. L’uomo non possiede dunque la percezione: possiede una percezione. La differenza è filosoficamente enorme.
L’installazione diviene una lezione di umiltà epistemologica. Esistono mondi dentro il nostro mondo che abbiamo attraversato per millenni senza sapere come ascoltarli.
Driftwood: la bellezza di ciò che ha attraversato il tempo
In Driftwood frammenti lignei consumati dagli elementi vengono sottratti alla condizione di residuo e trasformati in presenze capaci di stabilire una relazione con chi le incontra.
“La natura non fa nulla di inutile”, affermava Aristotele.
Eppure è proprio la nostra cultura ad avere costruito categorie potentissime come utile e inutile, nuovo e vecchio, produttivo e scarto. Driftwood mette silenziosamente in crisi questa grammatica. Ciò che sembrava aver concluso la propria funzione acquisisce una seconda possibilità semantica.
Il legno reca inscritto un viaggio. L’acqua lo ha levigato, gli urti lo hanno ferito, gli anni ne hanno cambiato la forma. La materia diventa così una sorta di autobiografia senza parole.
È difficile non riconoscervi una metafora dell’esistenza: anche l’essere umano diventa ciò che è attraverso quanto lo modifica. Le ferite non sono necessariamente sottrazioni; talvolta diventano forma.
Black Nidum: ascoltare l’assenza
Tra le opere più emotivamente significative troviamo Black Nidum, legata alla memoria di quattordici specie di uccelli ormai scomparse.
Qui la tecnologia incontra qualcosa di antichissimo: il lutto.
“Ciò che abbiamo amato non possiamo mai perderlo”, scrive Helen Keller. Ma nell’opera questa affermazione assume una dimensione collettiva e ambientale. Che cosa significa ricordare una specie quando non esiste più nessun individuo capace di continuare quella voce?
Il canto diventa fantasma acustico.
Black Nidum pone così una domanda che oltrepassa l’estetica e raggiunge l’etica: quale responsabilità possediamo nei confronti delle forme viventi che condividono con noi il pianeta?
L’estinzione smette di essere un dato statistico. Diventa assenza percepibile. Ed è forse questa una delle capacità più alte dell’arte: trasformare un’informazione che conosciamo razionalmente in qualcosa che improvvisamente sentiamo.
Skywave: il cielo come partitura
Il percorso trova in Skywave una conclusione quasi musicale. Il cielo non è più soltanto qualcosa verso cui alzare lo sguardo: diviene origine di una scrittura continuamente mutevole.
John Cage affermava: “Tutto ciò che facciamo è musica”.
Skywave sembra radicalizzare questa intuizione. Se imparassimo a tradurli, forse scopriremmo che il mondo è attraversato da infinite partiture. Una variazione atmosferica può diventare ritmo; una modificazione cromatica, suono.
Non esiste una versione definitiva dell’opera perché non esiste un cielo definitivo. Ogni istante cancella e genera quello successivo.
È qui che tecnologia e natura cessano definitivamente di apparire come antagoniste. L’apparato tecnologico non vuole sostituire il cielo: diventa uno strumento attraverso il quale ascoltarlo diversamente.
Dalla prospettiva rinascimentale a una nuova misura del vivente
La collocazione toscana di Rendering the Invisible assume, in questa prospettiva, un significato particolare. La grande cultura rinascimentale aveva elaborato strumenti straordinari per comprendere e rappresentare il visibile.
Occorre imparare a percepire diversamente.
SPLACES.STUDIO appartiene a una generazione per la quale il rapporto fra arte e ricerca scientifica non costituisce una curiosità interdisciplinare, ma può diventare una nuova filosofia dello sguardo. La tecnologia, in questa prospettiva, acquista valore quando amplia la nostra capacità di relazione invece di restringerla.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante della mostra al MAC,N. Le opere non chiedono semplicemente: che cosa stiamo guardando?
Chiedono: da quale posizione crediamo di avere il diritto di guardare?
È una domanda filosofica, psicologica ed ecologica.
Freud e Jung hanno mostrato che l’Io non coincide con la totalità della psiche. Copernico ci aveva insegnato che la Terra non occupa il centro dell’universo. Darwin ha ricollocato l’uomo dentro la storia evolutiva del vivente. Oggi la crisi ambientale impone forse un ulteriore passaggio: comprendere che anche la nostra percezione non costituisce la misura assoluta della realtà.
Il vento, le radici, i pesci, gli uccelli, il legno, la pietra, il cielo: in Rendering the Invisible ciò che tradizionalmente costituiva lo scenario dell’azione umana diventa protagonista.
L’uomo rimane presente, naturalmente. Tocca, ascolta, attraversa, modifica. Ma non è più solo.
Forse proprio qui si trova il significato più profondo dell’esposizione: renderci consapevoli che vedere non significa necessariamente conoscere e che l’invisibile non coincide con l’inesistente.
L’arte può allora assumere una funzione nuova e antichissima insieme. Non offrirci semplicemente altre immagini, ma educarci ad altre forme di attenzione.
Perché il futuro del nostro rapporto con il pianeta potrebbe dipendere anche da questo: dalla capacità di riconoscere che intorno a noi esistono linguaggi che non parlano con parole, memorie che non appartengono all’uomo e intelligenze che non hanno bisogno di assomigliarci per possedere valore.
E forse, uscendo da Villa Renatico Martini, la domanda più importante non sarà più che cosa abbiamo visto, ma quanto di ciò che ci circonda dobbiamo ancora imparare a vedere.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *