ALESSANDRO GRAZI: «UN DRAPPELLONE DEVE PARLARE PRIMA AL CUORE CHE AGLI OCCHI».
Incontrare Alessandro Grazi significa entrare in una dimensione nella quale il Palio non è soltanto una festa, ma una forma di identità collettiva. Pittore del Drappellone del 2 luglio 2007, direttore artistico e protagonista della vita culturale senese, Grazi osserva l’arte con lo sguardo di chi la vive ogni giorno, tra ricerca, memoria e contemporaneità. Lo abbiamo incontrato per parlare del Palio, di mostre e del futuro dell’arte.
Voglio ricordare che il maestro è uno dei più autorevoli interpreti dell’arte contemporanea senese e non solo. Protagonista di mostre in Italia e all’estero (da New York a Barcelona), è oggi direttore artistico di Siena Experience Italian Hub e dello Spin Pinacoteca Contemporanea SanPaolo Invest di Siena. Da sempre osservatore attento della vita artistica e culturale della città, conosce profondamente il rapporto tra arte e identità senese.
Maestro Grazi, cosa pensi del “Cencio” di questo Palio e, dal tuo osservatorio, quali reazioni hai visto fra i senesi?
Il “Cencio” realizzato da Ismaele Nones ha suscitato molte discussioni e, purtroppo, anche critiche molto dure, soprattutto sui social. Ritengo che gli attacchi personali rivolti a un giovane artista siano sempre da respingere. Ogni autore merita rispetto.
Detto questo, credo che i contradaioli abbiano maturato nel tempo una forte consapevolezza di ciò che desiderano vedere rappresentato nel Drappellone. Non basta più realizzare un’opera tecnicamente ben eseguita: il Palio deve trasmettere emozione, appartenenza e passione.
Lo stile di Nones richiama la pittura bizantina, è elegante e misurato, ma forse non riesce a restituire quella forza travolgente che caratterizza lo spirito del Palio di Siena. Il Drappellone è un oggetto artistico unico, con regole iconografiche molto precise, e richiede una sensibilità particolare.
Chi propone un artista dovrebbe conoscere profondamente la cultura senese. Non tutti i pittori, pur bravissimi, riescono a trasformare quel lembo di seta in un simbolo capace di far dire ai contradaioli: “È questo il nostro Palio”.
Il Drappellone deve essere immediato, leggibile, passionale, poetico, innovativo ma anche profondamente rispettoso della tradizione. Occorre una ricerca seria, capace di coniugare creatività e identità. I senesi oggi sono molto esigenti: non cercano soltanto un’opera bella, ma un’immagine che accenda l’anima della città.
Tu hai dipinto il Drappellone del 2 luglio 2007. Cosa ricordi di quella esperienza?
Fu un’emozione straordinaria. Arrivai a realizzarlo dopo un concorso che vedeva la partecipazione di ben 128 artisti.
Il mio Drappellone, dominato da un rosso intenso, aveva come asse centrale la frase “La mia volontà per la tua salvezza”. Volevo che l’opera sembrasse aprirsi davanti allo spettatore, quasi invitandolo a entrarvi.
Le dieci teste di cavallo uscivano dalla sagoma tradizionale della seta, rompendo simbolicamente i confini della composizione. Sul retro dipinsi una grande testa di cavallo verticale che sarebbe stata completata soltanto dopo la vittoria della contrada, lasciando volutamente bianca la spennacchiera.
Solo dopo compresi il significato di quella scelta: forse desideravo poter rivedere il mio Palio anche quando non sarebbe più stato mio.
Cosa pensi della mostra e del progetto di Annalisa Puntelli Sacchetti “Il Cenacolo delle Donne” in questi giorni a Siena?
Lo considero una vera chicca dedicata all’arte contemporanea femminile.
Nelle sale di Siena Experience Italian Hub, affacciate su Piazza del Campo, sedici artiste provenienti da diverse regioni italiane dialogano attraverso linguaggi differenti: figurazione, iperrealismo, astrattismo e simbolismo.
La curatrice è riuscita a costruire una mostra raccolta e ricca di contenuti, nella quale ogni artista mantiene la propria identità contribuendo però a un progetto unitario. È una collettiva raffinata che guarda con intelligenza al futuro dell’arte contemporanea italiana.
Conosci bene anche la mostra personale del maestro Federica Marin “Le stanze degli angeli e il vento della storia sopra Berlino”. Qual è stata la tua impressione?
L’esperienza inizia ancora prima di entrare nella mostra.
Si attraversa il centro medievale di Siena fino a Palazzo Chigi Zondadari, sede di Spin Pinacoteca Contemporanea SanPaolo Invest, un luogo carico di storia, dove soggiornarono anche i Papi.
Poi accade qualcosa di sorprendente. Le opere concettuali di Federica Marin trasportano improvvisamente il visitatore nella Berlino contemporanea, quasi fosse un salto nello spazio e nel tempo.
Mi sono tornati alla mente gli angeli del film Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Le sue immagini costruiscono un viaggio visivo fatto di architetture, prospettive, pieni e vuoti che dialogano continuamente tra colore e bianco e nero.
Le grandi superfici fotografiche sembrano aprire nuove finestre dentro il palazzo storico. A un certo punto non si comprende più dove finisca lo spazio reale e dove inizi quello fotografico.
È un viaggio dentro un altro viaggio, nel quale Berlino e Siena finiscono sorprendentemente per dialogare attraverso la storia, l’architettura e la memoria.


