IL CANTO DI NATALE: UN DIALOGO FRA ARTE E LETTERATURA
Ci sono opere che non appartengono soltanto al loro autore, ma alla coscienza morale dell’umanità. A Christmas Carol di Charles Dickens è una di queste: un racconto che non parla solo del Natale, ma della capacità di redimersi, di rivedere se stessi, di spogliarsi delle maschere più dure per ritrovare la propria parte vulnerabile e luminosa.
Quando lo leggi, tu avverti che Scrooge non è un personaggio lontano, ma un uomo del nostro tempo, un uomo che vive dentro tutti noi: che teme, che indurisce il cuore, che si difende dalla vita e che improvvisamente, davanti a tre visioni, ricomincia a vivere. In questo periodo dell’anno, mi fa piacere favorire il dialogo fra arte e letteratura, fa parte della mia professione, da sempre sono due grandi passioni approfondite con studi e pratica. Osservando così la storia dell’arte, in particolare dal XII secolo agli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ti accorgi che l’itinerario dickensiano è disseminato di immagini che sembrano anticiparlo, dialogare con esso, completarlo.
Perché l’arte, come la letteratura, non fa che raccontare sempre lo stesso miracolo: il miracolo della trasformazione. Il Medioevo conosce perfettamente il senso delle tenebre. Non le teme: la osserva. Tante opere, spesso facendo uso di un oro brillante nell’oscurità, sembrano già raccontare la dialettica dickensiana fra ombra e rivelazione. Ti invito a pensare ai tanti manoscritti inglesi o francesi dove la luce non è mai naturale, ma simbolica: una fenditura divina nella notte della paura.
È la stessa logica dei tre Spiriti del Canto di Natale: apparizioni che sono lampi, epifanie, ferite luminose nel buio morale di Scrooge. Penso a Giotto. Con Giotto, tra fine Duecento e inizio Trecento, questo contrasto si fa ancora più evidente: le sue scene francescane, come la Rinuncia agli averi, sono una critica dolce e potente all’avidità, alla durezza del cuore, all’attaccamento sterile ai beni materiali.
Il gesto di san Francesco che si spoglia del superfluo risuona accanto allo Scrooge che, nel finale, ritrova la capacità di donare, di vedere l’altro, di ridere.
Entrambi parlano della stessa cosa: il cuore umano che si converte alla tenerezza. Passiamo a Quattrocento, nel Quattrocento italiano il sentimento entra in scena con la grazia di un’infanzia ritrovata.
Ti invito a pensare ai volti dei bambini del Ghirlandaio, alle Madonne di Lippi, alla dolcezza disarmante del Perugino dove il volto dell’umano si fa trasparente, quasi fragile.
È la stessa fragilità che Dickens mette nelle mani del piccolo Tim, simbolo dell’innocenza che risveglia il bene in chi credeva di averlo smarrito. Il Rinascimento è anche il secolo della prospettiva: non solo geometrica, ma morale. Come gli artisti imparano a vedere il mondo da un punto unico, anche Scrooge impara a rivedere la sua vita da un nuovo angolo. La prospettiva, in fondo, è un atto di misericordia. Quando arrivi al Seicento ti imbatti in Caravaggio, e il suo linguaggio sembra parlare direttamente agli spiriti dickensiani.
Nella Vocazione di san Matteo, la luce taglia la scena come un giudizio improvviso: non annienta, ma scuote, costringe a guardarsi.
La stessa luce che, nella camera di Scrooge, spalanca il passato, il presente e il futuro, costringendo l’uomo a vedere non ciò che vuole, ma ciò che è diventato. Caravaggio è il pittore del cambiamento, del cambio di direzione, quello in cui il cuore decide. Dickens è lo scrittore dello stesso istante. Passiamo al Romanticismo europeo che, da Friedrich a Blake, parla continuamente con Dickens.
Friedrich, con le sue figure di spalle, sospese davanti all’infinito, è la versione visiva del fantasma del Natale Futuro: l’uomo messo davanti alla sua fine, alla vertigine del destino.
Blake, con le sue visioni poetiche e teologiche, sembra anticipare la struttura stessa del racconto: apparizioni simboliche che sciolgono il cuore indurito. E nella letteratura romantica, da Wordsworth a Leopardi, troviamo la stessa domanda: Può l’uomo rinascere? Può il dolore diventare un varco?
Dickens risponde di sì. E l’arte lo accompagna. È nel Novecento, tuttavia, che il dialogo si fa sorprendente.
Le opere di Chagall, sospese tra sogno e realtà, sembrano rappresentare lo stesso volo del Fantasma del Natale Presente: un viaggio nel cuore delle case, delle famiglie, dei sentimenti.
Chagall ci ricorda che la festa non è un ornamento, ma una dichiarazione di speranza.
Dickens lo sapeva benissimo. Anche la pittura metafisica di De Chirico, con le sue ombre lunghe e i suoi silenzi, parla a Scrooge: l’uomo che vive tra i magazzini del suo denaro abita una piazza metafisica, disabitata, sospesa.
Il tempo per lui è fermo.
Solo la visita degli Spiriti rimette in moto l’orologio. Negli anni Ottanta e Novanta arrivano gli artisti che lavorano sul trauma, sulla memoria, sulla possibilità di trasformare il passato: da Kiefer ad alcuni artisti italiani postmoderni, la pittura diventa meditazione sul dolore come materiale da plasmare.
Cos’altro è A Christmas Carol, se non una scultura morale ricavata dal dolore? Tu, entrando nel mondo del Canto di Natale e attraversando secoli di arte, avverti che il cuore umano non cambia: mutano i linguaggi, non le ferite né il desiderio di essere migliori.
Scrooge è il viaggiatore medievale che cerca la luce, il borghese rinascimentale che scopre la prospettiva, il dannato caravaggesco che si lascia ferire da un lampo, il romantico che ascolta il richiamo dell’infinito, l’uomo del Novecento che prova a dare forma al trauma. Dickens ci insegna che il bene può tornare, anche quando sembra impossibile.
L’arte rafforza questo stesso messaggio: siamo creature che hanno bisogno di essere toccate dalla luce, anche quando la temono. E allora comprendiamo che il viaggio di Scrooge è il viaggio di ciascuno di noi: un percorso tra ombra e visione, passato e possibilità, tenebra e redenzione.
L’arte e la letteratura, insieme, ci ricordano che il cuore può cambiare.
E che, anche nella notte più lunga, può nascere un canto. Prepariamoci al Natale, buon viaggio a tutti voi! (In foto il frontespizio della prima edizione inglese del Canto di Natale del 1843).


