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Ettore Giaccari pratica l’arte come viaggio nelle lettere e incontra la narrativa e la letteratura come dialogo con i segni creati da un linguaggio universale perché occorre “rispondere alla ricerca delle nostre voci di dentro”

Ettore Giaccari pratica l’arte come viaggio nelle lettere e incontra la narrativa e la letteratura come dialogo con i segni creati da un linguaggio universale perché occorre “rispondere alla ricerca delle nostre voci di dentro”

Questa intervista fa parte del libro Profili d’Artista (Editoriale Giorgio Mondadori) uscito a dicembre nelle librerie.

Dov’è nato?

Sono nato a Terni.

Quanti anni fa?

Nel 1963, 59 anni fa.

I suoi genitori che cosa facevano?

Mio padre era un Ufficiale dell’Esercito, mia madre era un’insegnante di lingue.

Dove vive?

Attualmente, ormai da molti anni, a Firenze.

A che età ha cominciato a fare arte?

Fin da adolescente mi ha attirato la possibilità di esprimere, con parole ed immagini, quello che provavo. Inizialmente con semplici tratti in bianco e nero: la china diventava complemento della parola.

Quali sono stati i suoi maestri o comunque c’è qualcuno o un movimento al quale si è ispirato?

Nessuno in particolare ma, la letteratura classica e le opere dei grandi italiani e stranieri, hanno, da sempre, catturato la mia attenzione, stimolando la voglia di indagine dei sentimenti per l’espressione della mia creatività.

Quando ha fatto la prima mostra?

Nel 1988, in Gaeta, ho esposto delle incisioni e poesie nella mia prima personale dal titolo “Nero di China e Rame”.

Il primo quadro venduto?

Una piccola testa di cavallo, olio su tela, dal titolo “E’ mio”.

Che cosa racconta la sua arte?

Vorrei che i miei quadri e le mie poesie fossero uno strumento a disposizione di coloro che, come me, sentissero il bisogno di percorrere strade che rispondano alla ricerca delle nostre “Voci di dentro”. Spesso, la mia arte si rivolge alla mitologia: sono affascinato da Prometeo che offre civiltà agli uomini, con il suo dono, e dal suo supplizio; rapito dal volo di Icaro, che si spinge oltre i limiti; mi identifico nei centauri e nei cavalli, spesso presenti nelle mie opere, che sono figure senza freni di cui mi servo per indagare l’indole dell’uomo anche nei suoi gesti più istintuali. Vorrei che le mie opere fossero il mezzo per raccontarmi ma, inevitabilmente, finiscono per indagarmi e per nutrirsi dei miei stessi interrogativi, alla ricerca di un me e di una spiritualità trascendente. Il colore che traccia le mie tele e l’inchiostro che segna parole su di esse, solcano corpi e cavalli e ne raccontano ferite che, sempre, almeno così le intendo, vogliono essere simbolo di forza ma anche di umanità e pietà.

Qual è stata l’emozione più grande nella sua attività artistica?

Per rispondere a questa domanda è necessario far riferimento alla passione di scrittore che mi porta a scrivere brevi testi teatrali in versi. Uno di questi è stato rappresentato ed è stato gratificante vedere nel tempo, nelle letture e nelle prove, vivere le parole ed i personaggi.

I media e il pubblico influenzano la sua arte?

Tutto quello che ci circonda influenza le nostre azioni. Sicuramente, anche il flusso di emozioni, scaturite dall’essere immersi in una realtà permeata di “media”, contribuisce al percorso creativo della mia arte. Tuttavia, tendo a filtrare notevolmente le suggestioni che mi raggiungono, setacciandole attraverso la coscienza critica che cerco di alimentare quotidianamente.

Quando ha cominciato a essere conosciuto?

Pur essendo affascinato dall’esprimere artisticamente le mie sensazioni, ho sempre vissuto questa attività in modo privato e liberatorio, concedendo per anni poche possibilità alla mia arte di uscire al di fuori dei confini privati. Per questo, sicuramente, sono consapevole di non essere ancora conosciuto come artista.

Realizza le sue opere di notte o di giorno?

Lungo l’intero arco della veglia, in ogni momento il pensiero o lo sguardo può essere attratto ed elaborare un incipit, sviluppare un’idea o trovare soluzione. In tal senso, la realizzazione di un’opera, la scrittura di un testo, la creazione in termini di indagine interiore è continua. Ogni istante dell’arco della giornata è un continuo percepire ed elaborare.

Per lei l’arte è una fatica o una gioia?

Sicuramente gioia: per meglio esprimere la sensazione che provo creando, userei “liberatoria”. Ho iniziato, come ho detto, da adolescente: scrivendo, disegnando, incidendo. Ho riversato sensazioni e passioni in china, in bianco e nero. Anni dopo, avvicinandomi al colore ed alla tela, ho notato che il gesto pittorico non riusciva a darmi le sensazioni che cercavo e che avevo con il bulino, incidendo il rame. Ho preso la spatola e, messa in orizzontale la tela, l’ho segnata, graffiata, cercando forme di colore puro, spesso, materico. Questo gesto e la materia che si incrosta sulla tela mi caratterizza dandomi sfogo, libertà, gioia.

C’è un grande maestro del passato al quale lei guarda?

Molti mi ispirano e sono fonte di suggestioni e suggeriscono, influenzano immagini e tecniche. Leggere, studiare, approfondire: non è un nome particolare che attrae la mia attenzione, ma la ricerca dell’arte in ogni sua espressione. 

Quali sono i temi che lei ama di più? Se tornasse indietro rifarebbe l’artista?

I temi sono tutti legati alle passioni dell’uomo e alle sue ancestrali domande. Le risposte le trovo nei classici ed è ai classici che rivolgo la mia attenzione. Sicuramente, l’amore è tema a me caro. In Antigone, ad esempio, ritrovo espresso l’amore fraterno, in Medea quello folle, in Ecuba e Andromaca quello materno. Non sempre l’amore è declinazione positiva. La nostra natura, a volte, desidera in modo distruttivo ed autodistruttivo. In quei momenti la mia ragione cerca appigli nello spirito benevolo e consolatorio dell’umanità e della fratellanza comune. Negli anni la ricerca di espressione ha fatto parte di me, ne farà parte e non saprei farne a meno. Per questo, tornassi indietro, farei sicuramente l’artista, cercando nella classicità appigli per esprimere sentimenti umani.

Quando ha terminato un’opera a chi la fa vedere per primo?
Sicuramente alla mia compagna di vita: Antonella. Mia “Altra Ego” sempre attiva e presente, stimola con costanti, preziosissimi interventi l’interrogazione, l’essenza delle domande della mia ricerca d’artista. Nella realizzazione di ogni opera c’è sempre qualche suo particolare intervento, che si rivela non meno importante del mio lavoro sulla tela. È indispensabile al racconto delle mie opere in maniera così meravigliosa.

È più sincero nella vita o nell’arte?                                                                                                                                                          In entrambe, ritengo: nella vita cerco di essere schietto e sincero (devono però altri avere l’ultima parola in tal senso); nel fare arte, essendo per me una ricerca in profondità di emozioni espresse in un gesto di spatola per me catartico, non posso che essere autentico.

Se dovesse descrivere la sua arte in poche parole che cosa direbbe?
Scrivere e trovare parole per descrivere sensazioni; disegnare e trovare gesti che le traccino a china; dipingere e trovare forme e colori che cristallizzino emozioni. Seguo il pensiero, le visioni, i grumi rossi ocra azzurri e bianchi per raccontare Bios, Eros e Thanatos. Percorro sentieri di passioni e tracce di lotta, amicizia e amore alla ricerca dell’uomo. Attraverso il dolore ma solo per liberarmene.

Quale sarà il passo successivo per la sua arte?
Avanzare, percorrendo la via segnata. Approfondire, cercare di rispondere alle domande future con la stessa sete di ricerca nella classicità. Esplora- re ulteriori mezzi espressivi, cercando nel “digitale” un percorso ed una forza espressiva che soddisfi la sete di profondità dei sentimenti attraverso un linguaggio diverso, mantenendo “la parola per l’immagine e l’immagine per la parola”. 

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