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Ho imparato a fare rimbalzare la realtà sull’aria

Giammarco Puntelli

Ho imparato a fare rimbalzare la realtà sull’aria

Il maestro Mario Rei Cannito racconta la sua filosofia alla base delle sue opere perché per lui <Ogni Cosa È Possibile>

Mario Rei Cannito dimostra con la sua ricerca quanto ogni artista nasca con un talento e un dono unico e irripetibile e quanto questo possa essere vissuto con una creatività senza paragoni.

La sua filosofia, fra il concetto di leggerezza e la convinzione che ogni cosa sia possibile, fa emergere un’arte sorprendente.

Il suo modo di fare arte non somiglia a quello di nessun altro artista: da cosa nasce questo suo mondo colorato?

<Sono nato l’8 settembre, da quel giorno vivo di rendita>: così dice uno dei miei aforismi preferiti. Questo a sottolineare la mia natura libertaria e patafisica (l’8 settembre si celebra la giornata mondiale della patafisica). Fin dai primi esordi di reggermi su due gambe ho sempre rifiutato le regole, le imposizioni educative, le buone maniere e per combinazione della vita mi sono sempre trovato in contesti rigidi, le norme c’erano di tutti i tipi, cerchi dentro altri cerchi. Cosa potevo fare se non crearmi un universo immaginario? La mia domanda ricorrente era: non c’è un’altra variante, un altro modo di fare, per scavalcare il tutto? L’artista è sempre un rivoluzionario, un demolitore, non usa mai la rabbia e il rancore ma la forza dell’immaginazione. L’artista usa la sua determinazione per spostare il punto di vista, dovrebbe disorientare, spiazzare i concetti, lo status quo. Da dove nasce questo mondo colorato? Dal voler dare una chance agli occhi di danzare. Negli ultimi decenni la maggior parte dell’arte contemporanea è monocrona o con poche tonalità, colori plumbei, una cupezza dei soggetti paragonabile al Medioevo o peggio. Per un certo periodo era abituale aggirarsi tra teschi dipinti, scolpiti, stampati su magliette. Per me l’occhio deve danzare in una musica fatta di luce e contrasti. Il mio occhio è innamorato di questo, quando ho incontrato Paolo Uccello, Hieronymus Bosch, Paul Klee, ho provato uno stato particolare, non so come sia l’estasi dei santi ma la mia si avvicinava molto a quella condizione. La mia ribellione non si è fermata e continua a scavalcare l’attitudine generale, i cerchi ci sono sempre ma ho imparato a fare rimbalzare la realtà sull’aria. 

Può definire la sua arte surreale o pop, altrimenti come potrebbe in qualche modo raccontarla?

Perdonatemi se allargo la parentela, è solo per spiegarmi meglio, vi prego di non prendere sul serio la mia smania di equipararmi. Come si può definire Italo Calvino? Un intellettuale, uno scrittore per ragazzi, un surrealista, un contaminatore di generi? Il libro “Le città invisibili” è un romanzo, il viaggio di un collezionista, un diario, poesia o altro? Bel problema! Secondo voi Enzo Jannacci era un cantautore, un poeta, un tipo “buffo” milanese, uno “stralunato”, uno che faceva commuovere e ridere allo stesso tempo? La canzone “Vengo anch’io no tu no”, quando l’ascolteranno i marziani rideranno con le antennine? Bel problema! Potrei continuare a lungo ma aggiungo solo un altro. Gianni Rodari chi era? Un politico, un sociologo, uno scrittore per bambini, un favolista per i genitori? Secondo voi il libro “Le favole al telefono” è un libro di filosofia? Quanti problemi. Io adoro coloro che parlano di temi complessi in maniera leggera, semplice, infantile. Per non vedere la fatica che c’è dietro occorre essere visionari. La mia arte è semplicemente “Patafisica di un visionario senza casa”. 

Da dove nasce la sua passione per l’arte?

L’arte è l’incontro con l’ignoto. Non c’è nulla di più importante del mistero. Ogni volta che ci avviciniamo a qualcosa che non conosciamo, ne vediamo un pezzettino ma mai la totalità. Ogni opera d’arte e ogni artista è un condensato di profondità e di contraddizioni e nemmeno lui ne è consapevole. Un’opera d’arte è un gesto che dovrebbe parlarti, interrogarti, fare ascoltare qualcosa di diverso ogni volta, qualcosa che prima non avevi notato. Dovrebbe aiutarti a sondare il tuo mistero. Perché rimango ad osservarti, ad ascoltarti, a intrattenermi con te? Questo è il seme dell’arte. Se non fa questo allora è solo un oggetto e prima o poi lo dimenticherai. Non tutte le opere hanno l’aura, per me non è fatta in serie, è semplicemente questo inspiegabile potere invisibile che ci attrae a distanza di anni, di secoli, di millenni. 

Quale filosofia è dietro alle sue opere?

Rompere l’ordine all’ordine! Accipicchiolina! Come ho già avuto modo di dire, non un modo univoco di vedere e vivere la vita. Ribaltiamo, reinventiamo le scale e le prospettive. Fino a prova contraria i vincitori scrivono la storia ma sono le minoranze a fare i progressi, le lotte, la cultura, le arti. Sono sempre stati gli emarginati a cercare una via d’uscita, una forma di riscatto, una forma di linguaggio per trasformare il dolore e le ingiustizie in bellezza. In tutte le mie opere non c’è un ordine d’importanza, sembra uno spazio strappato al caos eppure c’è armonia, equilibrio, una multidirezionalità come una barca cullata da un oceano in tempesta. È l’ascolto e il dialogo con le differenze che formano la grazia non la casualità del gesto, dietro l’improvvisazione c’è tanto studio d’ascolto. Solo quando gli opposti brillano reciprocamente si ha quello stupore che chiamiamo amore. Rompere l’ordine per formare un altro ordine momentaneo, infantile, inaspettato. Tutti gli ordini dicono che 1 +1=2 ma in arte e in amore fa sempre 3. Nelle mie opere si evince dai titoli che sono sempre poetici, ironici, paradossali, il minimo viene esaltato, il grande ridimensionato. Molte volte una negazione afferma la positività e viceversa. Cerco sempre di tenere unito l’alto e il basso, l’ascesa e la caduta, l’ironia con l’irrimediabile. Per trovare l’inaspettato bisogna andare fuori strada. Una mia opera di alcuni anni fa con il titolo ” L’invenzione del deragliamento” lo fa intuire. Il mio intento è quello di trasmettere l’entusiasmo di un bambino che gioca perso, fuori da sé, un continuo sabotare i confini, è pura energia. 

Lei ha esposto in contesti prestigiosi come Berlino. Quali sono i temi che porterà all’Esposizione Universale?

L’esposizione a Berlino è stata un’emozione grandissima: era la mia prima volta che esponevo in una città così prestigiosa. Mi sentivo onorato insieme ai miei colleghi nel dare un contributo italiano alla bellezza poco prima che la pandemia riempisse i giorni di tutti noi. All’Expo l’emozione e l’onore sarà triplicato per l’importanza di un evento mondiale. Io porto in dono a tale evento tre qualità che per me sono essenziali e lo sono per ogni donna e uomo. La prima qualità è la Leggerezza. Nel mio modo di fare e di relazionarmi con gli altri è indispensabile. La leggerezza non è la banalità, la superficialità, ma quella semplicità d’animo, la spontaneità a cuore aperto. La leggerezza di ascoltare e comprendere gli altri senza giudizio, senza interesse, saper affrontare le difficoltà quotidiane senza appesantirle. Nelle mie opere la leggerezza è la prima cosa che salta agli occhi, le forme e i colori lievitano. La seconda qualità è la pazienza della terra. Madre Terra ci nutre ogni giorno e occorre una cura quotidiana per vedere i frutti: è docile ma ha una forza da bucare l’acciaio. Non sono in grado di realizzare opere a comando. Devono maturare in me, come un seme. Poi la necessità si impadronisce della forza vitale affinché io diventi il mezzo di tale processo. Occorrono molte settimane per finire un’opera e ogni frammento di colore ha la forza di resistere al tempo. Ogni opera della terra è unica e leggera e si muove in tutte le direzioni come le mie opere. La terza qualità è un rito, un motto che ripeto ogni mattina, e lo ho anche scritto sulla parete del mio atelier: ” Ogni Cosa È Possibile”. Ogni cosa la puoi modificare, niente è vincolante, niente è sicuro. Solo il tuo intento e la tua determinazione può compiere questo prodigio. Ogni cosa è possibile non confondete con tutto è possibile ma ogni singola cosa è possibile.

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